Lo sguardo sul molo
Racconto breve – “Lo Sguardo sul Molo”
Napoli, anni ’80.
I vicoli portavano ancora addosso le ferite del terremoto: muri crepati, finestre rattoppate, porte reggiate col fil di ferro. L’odore di salsedine si mescolava a quello dell’umido e della miseria. La città respirava forte, come chi cerca di restare in piedi nonostante tutto.
Francesco aveva sedici anni ma negli occhi portava il peso di un adulto. La fame l’aveva conosciuta presto, e il carcere ancora prima di capirne il significato. Suo padre era senza lavoro, la madre provava a far bastare quello che non c’era: una miseria che graffiava l’anima più della pelle.
Fu allora che incontrò Pasquale.
Era più grande, più esperto, e soprattutto non aveva paura di niente. Gli propose un affare:
rubare i cappelli ai soldati americani nel porto di Napoli. Erano introvabili, pagati bene, richiesti come reliquie.
— E se ci prendono? — chiese Francesco.
— Tranquillo, Frà. A noi scugnizzi non ci inseguono. Per loro è un gioco.
Un gioco.
Così lo chiamavano, anche se i rischi erano più grandi di loro.
Francesco non ebbe dubbi: quello era il suo biglietto per far respirare la famiglia. E aveva ragione. Nei mesi successivi i soldi iniziarono ad arrivare: pochi, poi sempre di più. Il quartiere mormorava la sua bravura. Era veloce come il vento che scivolava tra i vicoli.
Saltare, afferrare, scappare.
Una danza illegale, ma che sfamava.
Giovanni, amico fraterno, provava a tenerlo d’occhio. Lo aveva promesso alla famiglia.
Ma Francesco era imprendibile. Gli sfuggiva tra le mani come l’acqua del mare che si agitava al porto.
Poi arrivò quel giorno.
Giovanni non vedeva più Francesco da ore, da troppo tempo. Decise di andare da Pasquale. Lo trovò seduto, immobile, lo sguardo perso nel vuoto come se guardasse un punto tra la vita e la morte.
— Pasqualì… tutto bene?
Pasquale si passò una mano tremante sul viso.
— No. Non si trova più Francesco.
Il sangue di Giovanni gelò.
— Come… non si trova più?
— Stavamo scappando dai militari. Due bestioni. Non l’hanno presa a gioco. Siamo corsi verso il molo. Franco è scivolato… è caduto in mare. Io… io ho avuto paura e sono scappato. Non so che fine ha fatto…
Il quartiere si mosse come un’unica grande famiglia.
Scugnizzi, vicini, parenti: tutti a cercarlo. Ovunque. Anche nei posti dove nessuno avrebbe pensato potesse arrivare un ragazzo di sedici anni. Il mare, però, non restituiva risposte.
Cinque giorni passarono. E altri cinque ancora.
La Polizia si unì alle ricerche, poi le autorità portuali, poi le barche dei pescatori. Tutti con gli occhi verso quel mare che a volte dà e spesso porta via.
Nel frattempo Pasquale si chiuse in casa. Non parlava più. Non mangiava. Non dormiva.
Finché un giorno, braccato dalla Polizia e dalla verità, crollò:
— Il mare era mosso. La nave si è spostata. L’ha schiacciato contro il molo. Io l’ho visto… l’ho visto guardarmi. Mi ha guardato come per dire… “è finita”. Quel suo sguardo… ce l’ho stampato qua.
Si colpì il petto con la mano.
Il quartiere preferì credere alla voce più dolce:
Francesco è vivo, è salito su una nave per la Sicilia.
I giornali riportarono la notizia. La speranza si fece largo nei cuori.
Ma negli occhi di Pasquale c’era solo buio.
Il padre di Francesco e Giovanni andarono da lui.
— Pasqualì, dicci la verità.
— E che vi devo dire? Io la notte non dormo. Franco è morto. Non l’ho detto per paura. Ma è morto.
15 febbraio 1986.
Il mare, alla fine, parlò.
Il corpo di Francesco venne ritrovato al largo del Golfo di Napoli.
La notizia corse veloce tra i vicoli, come una coltellata collettiva.
Giovanni si accasciò a terra, in lacrime. Fu una crisi che lo spezzò dentro.
Il suo amico, il suo fratello di strada, non c’era più.
Ai funerali vennero in tantissimi. Sembrava che Napoli salutasse uno dei suoi figli prediletti, uno degli ultimi scugnizzi veri, uno che voleva solo respirare un po’ di dignità.
La bara sfilò tra i vicoli che Francesco aveva corso ogni giorno, con i muri che sembravano piangere col vento.
Giovanni restò chiuso in casa per giorni. Pensava a Francesco che correva verso un sogno sbagliato, che cercava la vita e trovò la morte.
In una città dove, per un ragazzo nato tra la polvere e i crolli, la strada giusta è quasi sempre la più difficile da vedere.

Commenti
Posta un commento