La giacca dimenticata
LA GIACCA DIMENTICATA
L’aria di novembre a Napoli aveva un sapore gelido e metallico, mischiato al sentore lontano del mare e all’umidità dei vicoli. Lorenzo stringeva il manubrio del suo vecchio scooter, che tossiva fumo azzurrognolo a ogni accelerata. Le strade erano quasi deserte; le luci dei lampioni tremolavano sulle facciate scrostate dei palazzi, come occhi stanchi e indifferenti. Lungo il percorso che costeggiava il Cimitero di Poggioreale, il vento portava con sé un fruscio di foglie secche e il lontano rumore delle campane della città.
Mentre passava davanti al grande cancello monumentale, un suono improvviso lo fece gelare. Era sottile, quasi un sussurro:
«Mi aiuti… per favore.»
Lorenzo frenò di colpo. Spense il motore. Il silenzio si richiuse su di lui come una porta pesante, amplificando il battito del suo cuore. La voce proveniva dall’interno del cimitero, da dove le ombre sembravano più fitte e profonde. Avanzò a piccoli passi verso il cancello in ferro battuto, le mani tremanti. Dietro le sbarre, illuminata da una debole lampada votiva tremolante, c’era una ragazza.
I suoi capelli scuri erano disordinati, il volto pallido, segnato da stanchezza e paura. Indossava un cappotto leggero che non proteggeva dal freddo. Stringeva le braccia al petto, tremando.
«Hanno chiuso il cancello,» disse, la voce rotta. «Ero venuta a trovare i miei genitori… ho perso l’orario.»
Lorenzo osservò attentamente la recinzione. Le punte arrugginite sembravano voler custodire segreti antichi. Nessuno si muoveva nella guardiola, nessuna luce era accesa.
«A quest’ora non troveremo mai il custode,» disse con calma apparente. «Scavalchiamo.»
Lei esitò, gli occhi spalancati. «Davvero lo farebbe?»
«Peggio che restare qui tutta la notte,» rispose lui.
Lorenzo si arrampicò con cautela, sentendo il ferro gelido mordere i palmi delle mani. Una volta dall’altra parte, le tese la mano. Quando lei la afferrò, sentì un brivido improvviso scorrergli lungo il braccio, come una scarica di freddo che non apparteneva a quella sera.
«Lorenzo.»
«Sofia.»
Uscirono insieme dal cimitero. Alle loro spalle, il cancello rimase immobile, muto, come se nulla fosse accaduto.
Sofia non aveva macchina. Lorenzo le offrì un passaggio sullo scooter. Salì dietro di lui, leggera come un’ombra, abbracciandosi a lui per proteggersi dal freddo. Il vento gelido le scompigliava i capelli e le penetrava sotto il cappotto leggero. Notando il tremito nelle sue mani e sulle sue spalle, Lorenzo si tolse la giacca di pelle e gliela avvolse attorno.
«Tienila,» disse, la voce quasi un sussurro. «Fa troppo freddo, così starai meglio.»
Attraversarono strade tortuose, quartieri sempre più deserti, capannoni e case silenziose. Dopo diversi chilometri, arrivarono a una casa isolata, bassa, con le persiane chiuse e un piccolo giardino incolto. Sembrava sospesa nel tempo, dimenticata da chiunque.
Dentro, l’aria era immobile, fredda, quasi viva. Nessun rumore, nessun orologio, nessuna radio. Il pavimento scricchiolava sotto i loro passi. Sofia preparò il caffè su un vecchio fornello, e il profumo del liquido fumante riempì la stanza senza portare calore. Sedettero a un tavolo di legno scuro, due tazze tra loro, e parlarono a bassa voce.
Parlarono poco, ma ogni parola pesava come pietra. Raccontarono sogni infranti, ricordi che bruciavano come fuliggine tra le dita, il peso della solitudine. Lorenzo notò che la luce nella stanza sembrava sospesa, immobile. Ogni tanto un brivido percorreva la schiena di entrambi, come se il freddo entrasse dalle pareti stesse.
Il tempo si dilatava, sospeso, e Lorenzo sentì un’ansia strisciante, un formicolio sulla pelle. Il bisogno improvviso di andare via era impellente.
«Devo andare,» disse, alzandosi bruscamente. «È tardi.»
Si salutarono sulla soglia. Sofia rimase avvolta nella giacca, immobile, e Lorenzo uscì nel freddo della notte. Quella notte, però, non chiuse occhio. L’inquietudine lo aveva scosso, il ricordo di Sofia e delle ombre del cimitero continuava a tormentarlo.
Il mattino seguente, deciso a chiarire tutto, si recò di nuovo alla casa. Il sole pallido illuminava le persiane chiuse e il piccolo giardino incolto. Bussò più volte, senza risposta. La porta accanto si aprì lentamente, e apparve un’anziana donna dagli occhi acuti.
«Chi cerchi?»
«Sofia. Ho lasciato la mia giacca ieri sera… e devo riprenderla.»
La donna lo guardò scettica, il dubbio dipinto sul volto.
«Sofia è morta da anni. Non può…», insistette Lorenzo, «ma ero qui con lei. Ho bisogno di capire…»
Dopo un momento di esitazione, la donna sospirò e, guidata dalla curiosità mista a un timore crescente, aprì lentamente la porta. Entrarono insieme.
Sul tavolo, due tazze di caffè, fredde e intatte. All’attaccapanni, la giacca di Lorenzo, perfettamente appesa. L’anziana donna indietreggiò di un passo, lo sguardo spalancato, mentre un brivido le percorreva la schiena. Lorenzo avvertì la stessa fredda corrente che l’aveva colto al cancello del cimitero.
«Non è possibile…» sussurrò la donna, quasi tremando.
«Neanch’io… non riesco a spiegare come sia possibile,» disse Lorenzo, lo sguardo fisso sulle tazze fredde e sulla giacca.
Nessuno parlò per un lungo istante, ascoltando solo il silenzio vivo della casa.
Lorenzo uscì indossando la giacca, ma non si voltò. Il vento gelido della città lo accolse. Voltandosi di sfuggita verso il cimitero, intravide, oltre il muro scuro di Poggioreale, una luce immobile e una figura che sembrava attendere.
Non rallentò. Non tornò più.
Eppure, ogni inverno, quando indossa quella giacca, sente un freddo che non riesce a spiegare.
Come se qualcuno, da qualche parte, stesse ancora aspettando di essere accompagnato fuori…
Ma chi sono davvero i fantasmi che incontriamo? Anime perdute… o messaggeri di qualcosa che non possiamo comprendere?
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