L'inchiostro rubato
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- Dario aveva vent’anni e le mani macchiate di inchiostro permanente. Non era l’inchiostro a fargli paura, ma la sua assenza. A Napoli, la serigrafia era un mestiere di fame, un lusso che pochi potevano permettersi e un’arte che molti volevano rubare. Ogni giorno era una lotta per trovare qualche lavoretto.
- Un giorno, nella sua bottega quasi vuota, entrò Gennaro, un tipografo di fama e un suo cliente occasionale. "Dario," disse Gennaro con l’aria di chi portava un dono, "ho un appalto grosso, ma è su pezzi di plastica, non su carta. Ci vuole la tua serigrafia, il tuo tocco manuale che le mie macchine non sanno replicare. Vieni con me, lavoreremo insieme. Ti do una mano, ragazzo."
L’offerta era troppo generosa per essere vera, ma la fame aveva un sapore amaro che vinceva sul sospetto. Dario accettò e per alcuni mesi la sua vita fu inondata dal ritmo della grande tipografia di Gennaro. Lavorava in un angolo polveroso, insegnando ai telai di stampa a baciare la plastica, a far aderire l'inchiostro duro e lucido. Il suo era un lavoro manuale, un segreto che le loro macchine moderne non potevano copiare.
"Dario," disse Gennaro un martedì piovoso, "c’è un intoppo serio. I pezzi di plastica sono bloccati al confine, problemi di licenze. Non posso farti stare qui a far nulla. Devi fermarti, per ora. Ti chiamo non appena ho notizie chiare."
Passarono due settimane. Poi tre. Il silenzio di Gennaro era assordante. La speranza si fece cenere, l'amarezza tornò. Dario non poteva più aspettare; il bisogno di lavorare era un fuoco che gli bruciava dentro. La notte si infilò la giacca e prese il tram verso la tipografia.
La porta sul retro era socchiusa. Non c’erano rumori di macchinari, solo voci. Voci familiari. La tipografia, di solito un labirinto di ombra e metallo, era stranamente illuminata. Dario si spinse all'interno, oltre la pila di scarti di carta.
Al centro, davanti al telaio di stampa, c'era Carmela, la moglie di Gennaro. E accanto a lei, Antonio, il figlio. Stavano maneggiando i telai di serigrafia con destrezza, applicando l'inchiostro denso sui pezzi di plastica—gli stessi movimenti che Dario aveva insegnato. Gennaro non era nemmeno lì. L’arte che lui aveva portato era passata di mano in mano, come un trucco di magia.
Antonio si asciugò le mani su un grembiule macchiato. "Papà dice che va bene così, il colore è identico a come lo faceva... l'altro. Non abbiamo più bisogno di lui. L’appalto, in fondo, è affare di famiglia." Carmela annuì, il viso di marmo.
L’aria si fece gelida per Dario. Non erano stati i pezzi di plastica, non era stato il confine. Erano state le loro mani, le mani della famiglia, a bloccargli la strada. Lo avevano ingaggiato solo per svuotarlo, per prendergli il mestiere che lui portava sulle spalle come un peso sacro. Si sentì un manichino usato per provare un abito, poi gettato via.
- Non parlò. Non gridò. Non ne valeva la pena. La tipografia gli sembrò di colpo un teatro di ombre, i telai di stampa mostri di ferro che avevano cospirato contro di lui. Dario si voltò, lasciando il profumo amaro dell'inchiostro rubato e la sua giovinezza tradita nell’aria fredda di Napoli.
- colpo un teatro di ombre, i telai di
stampa mostri di ferro che avevano cospirato contro di lui. Dario si voltò, lasciando il profumo amaro dell'inchiostro rubato e la sua giovinezza tradita nell’aria fredda di Napoli.
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