La Sostanza delle Maglie Bianche


Napoli, Quartieri Spagnoli. Qui, il calcio non era solo un gioco; era il ritmo cardiaco del quartiere. A 25 anni, Mario era un’anima devota a quel ritmo. Quando gli organizzatori annunciarono il Grande Torneo Rionale di calcetto, Mario sentì una fitta: la sua zona non aveva una squadra. Lo convocarono, chiedendogli di formare l'impossibile.

"Non siamo all’altezza," mormorò Mario. I suoi amici, Ciro, Salvatore e gli altri, erano macinati dal lavoro, le mani callose, le gambe dimentiche del tocco del pallone. Dopo giorni di suppliche, Mario riuscì a riunire i sei, logori e fuori forma, sotto la luce fioca di un lampione. Non giocavano da anni.

Assistere alle partite amichevoli degli avversari fu come guardare il futuro e scoprire che era un vicolo cieco. Squadre ben vestite, veloci, precise. Pochi giorni dopo, la prova fu schiacciante: un’amichevole contro i favoriti finì 7-1. Umiliazione. Mario sentiva che la sua intuizione iniziale era giusta: non c'era speranza.

La sera, Mario parlò con suo padre, Antonio. Antonio, seduto al tavolo, ascoltò il resoconto amaro, poi sorrise. Non minimizzò la sconfitta, ma vide qualcosa che Mario non vedeva. Antonio, con la sua voce calma, piantò un seme di ottimismo nella mente esausta di suo figlio

Convinto dalla serena fiducia del padre, Mario radunò nuovamente la squadra. Giocarono un’altra amichevole, questa volta con una squadra di livello discreto. La partita finì 2-2. Non era una vittoria, ma era resistenza. "Vedete," disse Antonio, "si può fare. Serve allenamento, organizzazione, ma soprattutto, ragazzi, ci vuole la cosa più importante: crederci."

Nonostante il clima ostile di scherno e sufficienza, i sette si iscrissero. Si allenarono come matti, seguendo i consigli di Antonio. Non potevano permettersi le divise, così scelsero un’uniforme di umiltà: vecchie magliette bianche, tutte diverse tra loro. Le altre squadre sfoggiavano sponsor e auto lucide. Il divario era evidente.

La prima partita del torneo. Entrarono in campo con le loro magliette bianche, accolti da risatine e occhiate dall’alto in basso. L'umiliazione sembrava essere il loro destino. Ma Mario si ricordò le parole di Antonio, sussurrate prima di scendere in campo: "Ricordate di crederci e ricordate la sostanza e non la forma."

In campo, la sostanza era tutto. Il loro gioco era organizzato, la loro volontà indistruttibile. Sorpresa dopo sorpresa, la squadra delle Maglie Bianche vinse. Non si trattava di talento puro, ma di sacrificio e coesione. Erano lì per dimostrare che il coraggio non aveva bisogno di uno sponsor. Partita dopo partita, arrivarono in finale.

La finale. Di nuovo contro i giganti che li avevano umiliati con il 7-1. L'aria era elettrica, la pressione altissima. Per tre quarti della partita, fu una battaglia di nervi, sudore e determinazione. I ragazzi di Antonio non mollavano. Mario, ispirato e preciso, guidava la squadra. Credevano, fino all’ultimo respiro.

Poi, l’incredibile. Un goal, un altro, poi il terzo. Vittoria. 3-1. Mentre l’euforia esplodeva, Antonio scendeva in campo per abbracciare suo figlio. Non avevano vinto solo un trofeo; avevano dimostrato che l'umiltà, l'allenamento e, soprattutto, la fede incrollabile in sé stessi e nei propri compagni, possono ribaltare qualsiasi pronostico, nello sport e nella vita




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