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Il rione cancellato

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 IL RIONE CANCELLATO  Napoli nell’estate del 1884 era una città viva e febbricitante, un organismo di pietra, mare e disperazione. I vicoli dei quartieri popolari puzzavano di fogna e di sale, le strade erano strette e tortuose come vene che trasportano sangue nero. Ogni respiro era condiviso: il passo dei carri, il pianto dei bambini, il gemito dei malati e il brusio delle mamme che richiamavano i figli correvano nello stesso spazio. La città sembrava respirare in un unico respiro, sospesa tra speranza e terrore. Nel rione di Santa Brigida, la famiglia Ferrante viveva in meno di venti metri quadrati. Otto persone dormivano, mangiavano e pregavano nello stesso spazio: letti improvvisati, panche scheggiate, pentole annerite, panni stesi sopra le teste. Il fumo della cucina si accumulava in una nuvola grigia che rendeva l’aria quasi irrespirabile, eppure ci si adattava, perché non c’era scelta. Alfonso, il padre, aveva gli occhi stanchi di chi ha visto troppo e non ha più l...

La giacca dimenticata

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LA GIACCA DIMENTICATA L’aria di novembre a Napoli aveva un sapore gelido e metallico, mischiato al sentore lontano del mare e all’umidità dei vicoli. Lorenzo stringeva il manubrio del suo vecchio scooter, che tossiva fumo azzurrognolo a ogni accelerata. Le strade erano quasi deserte; le luci dei lampioni tremolavano sulle facciate scrostate dei palazzi, come occhi stanchi e indifferenti. Lungo il percorso che costeggiava il Cimitero di Poggioreale, il vento portava con sé un fruscio di foglie secche e il lontano rumore delle campane della città. Mentre passava davanti al grande cancello monumentale, un suono improvviso lo fece gelare. Era sottile, quasi un sussurro: «Mi aiuti… per favore.» Lorenzo frenò di colpo. Spense il motore. Il silenzio si richiuse su di lui come una porta pesante, amplificando il battito del suo cuore. La voce proveniva dall’interno del cimitero, da dove le ombre sembravano più fitte e profonde. Avanzò a piccoli passi verso il cancello in ferro battuto, le mani ...

Lo sguardo sul molo

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Racconto breve – “Lo Sguardo sul Molo” Napoli, anni ’80. I vicoli portavano ancora addosso le ferite del terremoto: muri crepati, finestre rattoppate, porte reggiate col fil di ferro. L’odore di salsedine si mescolava a quello dell’umido e della miseria. La città respirava forte, come chi cerca di restare in piedi nonostante tutto. Francesco aveva sedici anni ma negli occhi portava il peso di un adulto. La fame l’aveva conosciuta presto, e il carcere ancora prima di capirne il significato. Suo padre era senza lavoro, la madre provava a far bastare quello che non c’era: una miseria che graffiava l’anima più della pelle. Fu allora che incontrò Pasquale. Era più grande, più esperto, e soprattutto non aveva paura di niente. Gli propose un affare: rubare i cappelli ai soldati americani nel porto di Napoli. Erano introvabili, pagati bene, richiesti come reliquie. — E se ci prendono? — chiese Francesco. — Tranquillo, Frà. A noi scugnizzi non ci inseguono. Per loro è un gioco. Un gi...

La Sostanza delle Maglie Bianche

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Napoli, Quartieri Spagnoli. Qui, il calcio non era solo un gioco; era il ritmo cardiaco del quartiere. A 25 anni, Mario era un’anima devota a quel ritmo. Quando gli organizzatori annunciarono il Grande Torneo Rionale di calcetto, Mario sentì una fitta: la sua zona non aveva una squadra. Lo convocarono, chiedendogli di formare l'impossibile. "Non siamo all’altezza," mormorò Mario. I suoi amici, Ciro, Salvatore e gli altri, erano macinati dal lavoro, le mani callose, le gambe dimentiche del tocco del pallone. Dopo giorni di suppliche, Mario riuscì a riunire i sei, logori e fuori forma, sotto la luce fioca di un lampione. Non giocavano da anni. Assistere alle partite amichevoli degli avversari fu come guardare il futuro e scoprire che era un vicolo cieco. Squadre ben vestite, veloci, precise. Pochi giorni dopo, la prova fu schiacciante: un’amichevole contro i favoriti finì 7-1. Umiliazione. Mario sentiva che la sua intuizione iniziale era giusta: non c'era speranza. La s...

L'inchiostro rubato

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  Dario aveva vent’anni e le mani macchiate di inchiostro permanente . Non era l’inchiostro a fargli paura, ma la sua assenza. A Napoli , la serigrafia   era un mestiere di fame, un lusso che pochi potevano permettersi e un’arte che molti volevano rubare. Ogni giorno era una lotta per trovare qualche lavoretto. Un giorno, nella sua bottega quasi vuota, entrò Gennaro ,  un tipografo di fama e un suo cliente occasionale. "Dario," disse Gennaro con l’aria di chi portava un dono, "ho un appalto grosso, ma è su pezzi di plastica, non su carta. Ci vuole la tua serigrafia, il tuo tocco manuale che le mie macchine non sanno replicare. Vieni con me, lavoreremo insieme. Ti do una mano, ragazzo." L’offerta era troppo generosa per essere vera, ma la fame aveva un sapore amaro che vinceva sul sospetto. Dario accettò e per alcuni mesi la sua vita fu inondata dal ritmo della grande tipografia di Gennaro. Lavorava in un angolo polveroso, insegnando ai telai di stampa a baciare l...