Il rione cancellato
IL RIONE CANCELLATO
Napoli nell’estate del 1884 era una città viva e febbricitante, un organismo di pietra, mare e disperazione. I vicoli dei quartieri popolari puzzavano di fogna e di sale, le strade erano strette e tortuose come vene che trasportano sangue nero. Ogni respiro era condiviso: il passo dei carri, il pianto dei bambini, il gemito dei malati e il brusio delle mamme che richiamavano i figli correvano nello stesso spazio. La città sembrava respirare in un unico respiro, sospesa tra speranza e terrore.
Nel rione di Santa Brigida, la famiglia Ferrante viveva in meno di venti metri quadrati. Otto persone dormivano, mangiavano e pregavano nello stesso spazio: letti improvvisati, panche scheggiate, pentole annerite, panni stesi sopra le teste. Il fumo della cucina si accumulava in una nuvola grigia che rendeva l’aria quasi irrespirabile, eppure ci si adattava, perché non c’era scelta. Alfonso, il padre, aveva gli occhi stanchi di chi ha visto troppo e non ha più la forza di combattere. La sua bottiglia di vino era un conforto fragile, la memoria di un porto e di una vita che non esistevano più. Il suo pensiero tornava sempre a Vincenzo, figlioccio e nipote di suo fratello Gennaro, rimasto ai Quartieri Spagnoli, una promessa non mantenuta e un cuore stretto dal dolore. Raffaele, il primogenito, era il pilastro della famiglia. Al porto inventava mestieri tra casse e corde, correndo per guadagnare qualche soldo. Ma dentro di lui ardeva una capacità di sentire e sperare, anche quando tutto sembrava perduto.
I bambini correvano tra scale e cortili stretti, facendo tintinnare pentole e bastoni, inseguendo un pallone di stracci o una corda annodata. Le mamme li richiamavano con urla e preghiere:
— «Statte accussì! O’ malanno te piglia!»
Gli anziani del vicolo mormoravano rosari e preghiere, raccontando storie di fantasmi e spiriti cattivi. Si posavano monete alle porte, si bruciavano rametti di rosmarino e cenere davanti alle soglie. Tra superstizione, miseria e solidarietà cresceva Raffaele, primogenito dei Ferrante, capace di vedere oltre il fumo, oltre la morte silenziosa, fino a intravedere un piccolo miracolo: Maria.
Al porto, tra odore di mare e legno bagnato, Raffaele incontrò Maria, figlia di un impiegato delle Regie Ferrovie, proveniente da Sant’Anna di Palazzo, con una vita già tracciata tra regole e doveri.
— «Signorina, vi porto le valigie fino alla carrozza.» — disse Raffaele, con la naturalezza di chi ignora quanto quel gesto cambierà ogni cosa.
Maria lo guardò, occhi fissi, pieni di timore e curiosità. Quel piccolo atto diventò il loro segreto, il primo filo che li legava. Nei giorni seguenti, Raffaele la cercava tra la folla del porto, scambiando parole sussurrate, sorrisi rapidi e gesti innocenti. Tra casse e corde, i loro cuori si avvicinavano:
— «Se io lavorerò sodo, forse un giorno potremo vederci senza paura.»
— «Ma i miei genitori… non ci permetteranno mai.»
— «Allora ci vedremo di nascosto, come stasera. Promettimi che aspetterai.»
— «Ti prometto… ma torna.»
Poi arrivò il colera. Napoli, già ferita dalla miseria, divenne un organismo malato. Il 31 agosto si contarono ottantadue morti; il 10 e 11 settembre cinquecentocinquanta. Le strade, un tempo piene di voci e bambini, divennero corridoi di morte: carri carichi di corpi ammassati, nudi e inermi, sferragliavano tra i vicoli stretti verso i cimiteri improvvisati. L’aria era appesantita dal tanfo dell’acido fenico e dello zolfo bruciato, un tentativo disperato di scacciare i “miasmi”.
Nei vicoli, le famiglie chiudevano le porte, tremando, mentre i carri passavano sferragliando tra pianti e lamenti dei superstiti. Alcuni bambini osservavano, pietrificati, la processione macabra: corpi coperti solo da coperte logore, talvolta contati dai vicini che cercavano di segnare chi mancava ancora all’appello. I medici, i frati e le suore facevano quel che potevano tra i cadaveri e i malati, ma il bilancio era impossibile da contenere. Ogni vicolo sembrava un teatro di dolore, e ogni finestra chiusa era uno sguardo sul cuore di una città che soffriva insieme ai suoi figli.
All’Ospedale dei Pellegrini e al Convitto Pontano alla Conocchia, medici e suore lottavano fino allo sfinimento. Stanze colme di corpi, bagni improvvisati, acqua e aceto. Nessuno poteva salvare tutti, ma tutti facevano ciò che potevano. La gente sapeva che l’acqua era veleno, il pane rischioso, eppure beveva e mangiava, perché la fame era più crudele della paura.
Le autorità imposero l’isolamento forzato: le persone dovevano restare chiuse in casa, i vicoli furono presidiati dai Carabinieri Reali. Santa Brigida divenne una gabbia: le strade deserte, le finestre chiuse, i bambini muti. Ogni porta serrata era un piccolo carcere. I Ferrante sentivano ogni giorno la stretta dell’isolamento: il silenzio opprimente, la paura e la morte accanto a loro. Alfonso capì che la famiglia doveva correre, prima che il veleno invisibile li inghiottisse tutti.
La decisione di fuggire non era semplice. Alfonso sapeva che, se avesse avvisato suo fratello Gennaro, che abitava nei Quartieri Spagnoli, avrebbe esposto anche lui e il piccolo Vincenzo — suo compare di battesimo — al rischio del contagio. Il cuore gli si stringeva al pensiero di lasciare il nipote in balia della morte, ma l’alternativa era peggiore: rischiare di non riuscire a mettere al sicuro la propria famiglia.
Seduto sulla soglia del basso, guardava i figli addormentati. Il silenzio dei vicoli desolati era rotto solo dal rumore dei carri e dei passi dei Carabinieri Reali. Alfonso sentì il peso della scelta come un macigno:
— “Se li avviso, potrei perderli tutti… se non li avviso, almeno alcuni di noi sopravviveranno.”
Alla fine, decise di non avvisare Gennaro. Con un nodo in gola e lo sguardo fisso sulla via deserta, pregò per Vincenzo, sperando che la fortuna lo proteggesse.
Quella sera, Raffaele camminò tra i vicoli fino a casa di Maria. Lanciò piccole pietre contro la finestra, trattenendo il respiro. Maria apparve, scendendo di nascosto, avvolta in uno scialle: i suoi genitori non avrebbero mai permesso quell’incontro.
— «Porto la mia famiglia ai Camaldoli. Lì saremo al sicuro. Quando torno… ti sposo.»
Maria lo guardò, occhi lucidi, rassegnati:
— «Torna.»
Alle tre del mattino, i Ferrante lasciarono Santa Brigida. Le strade erano buie e deserte. I Carabinieri Reali, soli, li inseguirono. Raffaele trascinò carretti e rovesciò oggetti nei vicoli per rallentare i cavalli. Non per eroismo, ma per necessità: la vita era più forte di ogni legge.
Ai Camaldoli, inizialmente gli abitanti furono sospettosi. Temettero che i Ferrante portassero con sé il focolaio del colera. Dormirono nelle grotte di tufo, isolati, osservati con diffidenza. Poi arrivarono piccoli gesti di solidarietà: una pagnotta lasciata su una pietra, acqua posata a distanza. Nessuna parola, ma non erano più soli.
I frati dell’Eremo li accolsero con discrezione, insegnando regole di distanziamento e di sopravvivenza. Raffaele camminava tra le grotte e i vicoli improvvisati, osservando i vicini, parlando a distanza con segni e gesti, scambiando sorrisi cauti. La solidarietà cresceva lentamente, come luce nell’ombra.
Nel cuore della città devastata, Re Umberto I giunse tra i malati e la povera gente, senza guanti e senza precauzioni. Camminava tra le stanze degli ospedali e i bassi più infetti, stringendo mani, parlando, confortando. La popolazione, incredula e commossa, gridava:
— «Finalmente nu rre che vvene a murì cu nnui!»
Era un simbolo di coraggio e umanità, un gesto che risuonò tra le mura dei vicoli e nei cuori della gente, tra superstizione e disperazione.
Nel gennaio del 1885, il governo approvò la Legge n. 2892 per il Risanamento di Napoli. Interi rioni popolari — Porto, Pendino, Mercato, Santa Brigida — furono destinati a demolizione. Si parlava di “sventrare Napoli” per costruire grandi arterie e palazzi sontuosi, ma dietro la facciata igienista si nascondevano appalti truccati e speculazioni. Migliaia di poveri rimasero senza casa né indennizzo. Dove un tempo c’erano bassi popolari, ora vivevano persone agiate. La plebe dovette arrangiarsi come poteva: tende improvvisate, rifugi temporanei, speranza e fame in ogni gesto.
Due anni dopo, i Ferrante tornarono. Non riconoscevano nulla. I vicoli stretti e tortuosi erano stati cancellati: le case abbattute, le strade allargate e lastricate di pietra levigata, le facciate dei palazzi rifatte in marmo e ferro, nuove e splendenti, come se la miseria dei decenni precedenti non fosse mai esistita. Dove c’era il loro basso, la stanza che aveva visto nascere bambini, piangere, ridere e soffrire, non c’era più nulla. Al suo posto si innalzava la Galleria Umberto I, gigantesca e aliena, una cattedrale estranea costruita sulle loro vite spezzate.
Raffaele si fermò, lo stomaco contratto. Il cuore gli martellava nel petto mentre osservava le nuove facciate, le carrozze lucide e i passanti curati, indifferenti a chi aveva abitato quelle strade. Vincenzo, accanto a lui, stringeva la mano del cugino: cresciuto troppo in fretta, aveva negli occhi la consapevolezza della sopravvivenza e della memoria dei morti, dei vicini, dei bambini che avevano giocato e pianto lì.
Maria uscì dalla chiesa, vestita da sposa, la carrozza elegante pronta per lei. Alzò gli occhi e incontrò lo sguardo di Raffaele. Non sorrise. Nei suoi occhi c’era rassegnazione, non tradimento. Il dolore silenzioso di chi aveva sperato, atteso e perso.
— «Questa bellezza… è fatta col nostro sangue.» — sussurrò Raffaele.
— «Ma il ventre della città non dimentica.» — rispose Vincenzo, fermo, carico di memoria e rabbia silenziosa.
Camminarono tra le carrozze dei ricchi, tra il luccichio del marmo e dell’oro. Napoli aveva cambiato volto, ma sotto il lusso, sotto i lampioni scintillanti e le facciate perfette, ogni pietra continuava a respirare le storie dei bassi scomparsi, dei vicoli cancellati, dei morti del colera, dei sacrifici silenziosi di chi era rimasto.
Raffaele strinse la mano di Vincenzo ancora più forte. Dentro di sé sapeva che, nonostante tutto, il legame con la terra, con la memoria e con Maria era qualcosa che nessun marmo, nessuna galleria, nessun palazzo avrebbe mai potuto cancellare. E così, mentre le carrozze dei ricchi si allontanavano e la folla li guardava come ombre superstiti, camminarono via tra la città nuova e quella vecchia, portando con sé il ricordo del ventre di Napoli, della sua miseria, del suo sangue e della sua eterna dignità.
Nota storica – Il colera
Il colera, che colpì Napoli nel 1884, era una malattia infettiva trasmessa principalmente dall’acqua contaminata. Nei quartieri popolari, dove i pozzi neri filtravano nelle falde e più famiglie condividevano la stessa fonte d’acqua, il contagio si diffuse con violenza. I sintomi erano improvvisi e devastanti: diarrea profusa, vomito, crampi, sete feroce e rapido collasso del corpo, che si disidratava fino alla morte nel giro di poche ore.
All’epoca si parlava di miasmi e aria corrotta, e non del batterio che sarebbe stato identificato solo pochi anni dopo. Per questo le misure adottate furono spesso brutali ma inefficaci: isolamenti forzati, quartieri sigillati, carri che trasportavano i corpi ammassati verso fosse comuni. Il colera non fu solo una tragedia sanitaria, ma lo specchio crudele delle disuguaglianze sociali: colpì soprattutto i poveri e accelerò la distruzione di interi rioni popolari nel nome del “risanamento”.
Dedica
Questo racconto è dedicato a uomini, donne e bambini che non ebbero altra colpa se non quella di essere poveri. A chi visse nei bassi senza luce, nei vicoli senza aria, inermi davanti alla malattia, alla paura e a decisioni prese lontano dalla loro vita. A chi fu cancellato in nome del progresso, senza indennizzo, senza memoria, sepolto sotto il marmo e le facciate nuove. Perché il ventre di Napoli non ha mai dimenticato i suoi figli.
© 2025 Massimo Brandi.
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